Questo sito utilizza i cookie, anche di terze parti, per il monitoraggio degli accessi.
Per saperne di più, conoscere i cookie utilizzati ed eventualmente disabilitarli, accedi alla pagina privacy.
Se prosegui nella navigazione di questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.

 > news in dettaglio

Coronavirus, Virginio Galimberti interviene nuovamente sul Corriere della Sera riguardo alle maschere "Facciali Filtranti"

Virginio Galimberti di Associazione Ambiente e Lavoro e Presidente Sottocommissione DPI - UNI intervistato dal Corriere della Sera parla di maschere DPI “Dispositivi di Protezione Individuale” e maschere DM “Dispositivi Medici” (o “mascherine Medicali”) e spiega l'efficacia filtrante delle maschere FFP1, FFP2, FFP3 certificate.

Dossier Ambiente n. 123
Coronavirus: quali sono le mascherine in commercio e chi proteggono
Corriere della Sera - 11 marzo 2020

Le mascherine non servono alle persone sane. Devono indossarle i malati di coronavirus e chi si prende cura di loro, come i sanitari o le persone che li assistono. Le mascherine possono proteggere anche gli immunodepressi che sono a rischio di contrarre malattie e più esposti alle infezioni. L’uso delle mascherine nelle zone rosse o di focolaio può servire se si lavora a stretto contatto con persone sconosciute: tassisti, dipendenti di uffici aperti al pubblico, alcuni sindacati di categoria le consigliano. Per i sani che teoricamente non sono a contatto con malati, in mancanza di protezione basta coprirsi il volto con una sciarpa ma soprattutto lavarsi le mani, non toccarsi il viso, mantenere la distanza di almeno un metro e cercare di non uscire di casa.

Indossare una mascherina non deve essere motivo per poter uscire e incontrare persone nelle zone dove è stato detto di limitare i contatti. Ricordiamo anche che qualunque mascherina è monouso e comunque andrebbe cambiata spesso, visto che l’umidità del respiro crea un microclima che favorisce la proliferazione dei virus.

Detto questo, quali sono i vari tipi di mascherine? Ci aiuta a nella materia Virginio Galimberti , Rappresentante dell’Associazione Ambiente e Lavoro presso UNI e presidente della sottocommissione UNI “Dispositivi di protezione individuale”.

Le mascherine si dividono in DPI “Dispositivi di Protezione Individuale” e DM “Dispositivi Medici” o “mascherine Medicali”. I DPI in commercio, di qualunque tipo o categoria essi siano, devono presentare la marcatura CE. Nel campo della protezione delle vie respiratorie ce ne sono circa una quarantina. Nel caso specifico, il tipo di maschere filtranti richieste per evitare il contagio da Coronavirus (classificato come “rischio biologico”), sono regolate dalla norma europea UNI EN 149. Tale norma, a seconda dell’efficienza filtrante, classifica le maschere in FFP1, FFP2, FFP3, dove FF significa Semimaschera Filtrante. Le mascherine consigliate (a chi si deve proteggere dal virus) sono di classe FFP2 o, meglio, FFP3 che hanno una efficienza filtrante del 92% e 98% rispettivamente. Le FFP1 con il 78% di efficienza sono insufficienti per proteggere dal virus, sono anche chiamate “antipolvere”.

Le “mascherine Medicali” (cosiddette “chirurgiche”) svolgono una differente funzione rispetto al DPI. Esse hanno come caratteristica quella di non diffondere agenti biologici pericolosi, ovvero i virus, nell’atmosfera circostante. Queste mascherine, le cui caratteristiche e performance sono diverse da quelle delle citate FFP2 o FFP3 possono, quindi, evitare che il portatore diffonda il contagio, ma non proteggono lo stesso adeguatamente dal contagio di provenienza altrui soprattutto per la scarsa aderenza al volto. «La UNI EN 14683 prevede che esse possano anche essere indossate da pazienti infetti per ridurre il rischio di propagazione di infezione in situazione di epidemia o di pandemia. La norma individua tre tipi di mascherine, Type I, Type II e Type IIR, che si differenziano per efficacia di filtrazione batterica pari a 95% , 98% e 98% con anche protezione alla penetrazione di schizzi di fluidi corporei. Dopo l’utilizzo tali mascherine, essendo oggetti potenzialmente contaminati, esse devono essere immediatamente smaltite evitando di porre le stesse a contatto con altre parti del corpo che potrebbero divenire così anch’esse contaminate», spiega l’ingegnere Marco De Nardi, presidente della sottocommissione UNI “Dispositivi medici non attivi, dispositivi di trasfusione, valutazione biologica”.

Per leggere l'articolo completo andare al primo link.